…cinque

…quattro

…tre

…due

…uno

Basta sapersi accontentare,

Si può raccogliere uno specchio senza mare, mentre gli occhi fissi prendono luce da uno schermo in tv.

Si può raccogliere il fiore innocente da mettere un poco più in là sul tavolo tarlato, caduta la luna nel piatto non resta che il neon sulla minestra riscaldata.

Nel gran bar delle chiacchiere il tempo è ospite. Onore e paillettes brillano all’orecchio del megafono. Se piove o c’è sole l’aria fa ventaglio, anche quando il mattone chiude gli spiragli e tutto se ne va.

Poi cambia l’orologio, due, venti più uno non fa tre.

L’ anno indietro che avanza sta, senza burro come il liscio dell’olio che è ruvido. L’anno dell’amaro dopo il caffè, delle lune storte e dei passi rotti, delle tasche leggere e dei sospiri di piombo. E’ il tempo delle mele, dell’amore strafatto, dei fiori d’arancio schiusi nelle cattedrali di carta muffa, dell’incenso al sale e del sole tumefatto.

Incalza lento il walzer delle ore mute, parole sorde che nessuno vuole più. Più e più non fanno a meno di, a meno che non sia per.

Per un battito d’ali e di vita, di minestre lasciate lì. Di tavoli vuoti e fiori nel piatto, ci si accontenta anche così.

Uno…

Due…

Tre…

Quattro…

Cinque…

Le iniziali diventano maiuscole, e di nuovo non è nuovo, dice il calzolaio.

La vita è così, è quel sempre senza per, a grandi lettere si beve così. Giorno dopo giorno, come il vento che sommato a uno diventa il plurale del sognatore. È l’anno che verrà?

Io amo il vecchio che è già stato, consacrando l’argento caduto fra i capelli.

Io riprendo da lì.

Ogni volta è così.

Paola.

immagine Pinterest

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