“Indovina cosa faremo stasera” – 31 dicembre 2020

44 commenti

…cinque

…quattro

…tre

…due

…uno

Basta sapersi accontentare,

Si può raccogliere uno specchio senza mare, mentre gli occhi fissi prendono luce da uno schermo in tv.

Si può raccogliere il fiore innocente da mettere un poco più in là sul tavolo tarlato, caduta la luna nel piatto non resta che il neon sulla minestra riscaldata.

Nel gran bar delle chiacchiere il tempo è ospite. Onore e paillettes brillano all’orecchio del megafono. Se piove o c’è sole l’aria fa ventaglio, anche quando il mattone chiude gli spiragli e tutto se ne va.

Poi cambia l’orologio, due, venti più uno non fa tre.

L’ anno indietro che avanza sta, senza burro come il liscio dell’olio che è ruvido. L’anno dell’amaro dopo il caffè, delle lune storte e dei passi rotti, delle tasche leggere e dei sospiri di piombo. E’ il tempo delle mele, dell’amore strafatto, dei fiori d’arancio schiusi nelle cattedrali di carta muffa, dell’incenso al sale e del sole tumefatto.

Incalza lento il walzer delle ore mute, parole sorde che nessuno vuole più. Più e più non fanno a meno di, a meno che non sia per.

Per un battito d’ali e di vita, di minestre lasciate lì. Di tavoli vuoti e fiori nel piatto, ci si accontenta anche così.

Uno…

Due…

Tre…

Quattro…

Cinque…

Le iniziali diventano maiuscole, e di nuovo non è nuovo, dice il calzolaio.

La vita è così, è quel sempre senza per, a grandi lettere si beve così. Giorno dopo giorno, come il vento che sommato a uno diventa il plurale del sognatore. È l’anno che verrà?

Io amo il vecchio che è già stato, consacrando l’argento caduto fra i capelli.

Io riprendo da lì.

Ogni volta è così.

Paola.

immagine Pinterest

44 comments on ““Indovina cosa faremo stasera” – 31 dicembre 2020”

  1. Stasera si assiste al passaggio all’anno nuovo e si va a dormire sperando che i soliti deficienti non sparino i petardi.
    Domani sarà un altro giorno da vivere al meglio

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  2. Era molto che non passavo da casa tua e questa sera, malgrado i mastini delle avversità mi mordessero alle caviglie per farmi deviare strada, ho sentito il bisogno di sbirciare dentro il tuo palazzo dalle mille stanze e sono stato davvero fortunato, per aver potuto cogliere una delle tue meravigliose pagine di prosa e concedimi un po’ di infatile capolavorazionismo di fine anno perché quando leggo questi tue versi che si contorcono in prosa e viceversa, solleticando sintestesie di immagini variegate, adoro potermi tuffarmici dentro…
    E si, canto anch’io con te questa ballata, in cui declami che «La vita è così, è quel sempre senza per, a grandi lettere si beve così. Giorno dopo giorno, come il vento che sommato a uno diventa il plurale del sognatore. È l’anno che verrà?»
    E mentre la rileggo penso che sarebbe bello musicarla…
    Ma questa è un’altra storia…
    Buona fine e buon inizio, con massima stima ed affetto.

    "Mi piace"

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