La mia amica ebrea…

Da ragazzina, durante uno dei miei eterni soggiorni in Svizzera, avevo incontrato una ragazza carinissima. Si chiamava Corinne, era alta, magra, biondina e con gli occhi verdi.

Non la incontrai per caso, o meglio me la presentarono degli amici di mio padre che desideravano ardentemente farmela conoscere (versione originale: mio padre desiderava ardentemente che la frequentassi per scollarsi di dosso la mia presenza). “Elle est une fille sympa Paola, une bonne amie sûrement!” mi dissero. Non avevo molti amici in effetti, ero riservata e scarsamente incline a frequentare i locali tipici da bevuta, viande séchée e cetrioli.

La prima volta che la vidi fu a casa mia una sera. Arrivò con i suoi libri da leggere, un pigiama e ottomilamilioni di parole in francese cariche di energia.

Si presentò dicendo: “Piacere mi chiamo Corinne e sono ebrea.”

Sai che roba, io che non avevo mai fatto distinzione fra un Australopithecus africanus e un ramarro orientale, io che credevo che i rettiliani avrebbero presto conquistato il mondo, io che non avevo mai badato a spese quando si trattava di investire il bene volto agli “individui” in quanto persone soltanto…

Di tutta risposta mi presentai io : “Piacere mi chiamo Paola e sono una pecora nera”, a voler dire che il termine “ebrea” a me era scivolato nel catino delle parole turchine (parole parlate che non dicono, o non dovrebbero dire…) insieme alle tante altre che non ho mai gradito. A me non cambiava nulla, a dire la verità non mi interessava proprio.

Ci frequentammo per un bel po’ in quegli inverni gelidi durante i quali ci ustionammo la faccia più volte andando a sciare sul ghiacciaio Plaine Morte ad un’altitudine di 2750 mt senza protezione solare. Visto come l’idiozia accomuna tutti? Lassù, proprio lassù, lontane da quel mondo che puzzava di parole turchine, ognuna con il proprio carico sulle spalle, diverse solo per il colore dei capelli, eravamo quello che tutti dovrebbero essere: solo due piccoli esseri umani in un universo di vite parallele.

27 gennaio – Io ricordo così… Il resto l’ho letto nei libri, l’ho visto nei documentari e non so cosa aggiungere. Troppo straziante per una come me, come d’altronde lo è tutto ciò che invoca, porta alla violenza ed infine alla morte.

Vi lascio con quest’immagine meravigliosa che sa di pace.🙏🏻

Plaine Morte – Crans Montana

Blog che apri blog che chiudi, e il saluto?

Credo che ognuno di noi sia libero di fare cosa meglio crede con il proprio blog. Aprire, chiudere, fare, disfare, partire, ritornare… Come nella vita di tutti i giorni, si attraversano momenti in cui avere un blog rischia di diventare “la cosa in più” alla quale dedicare tempo ed energie. Se si aggiunge a questo una forte mancanza di stimoli e un’interazione a tratti sgradevole, il gioco è fatto, si perde completamente la voglia. Io ne so qualcosa, forse non detengo il primato ma penso di essere fra quelli che ne hanno chiusi e riaperti molti nel corso del tempo.

C’è una cosa però che secondo me sarebbe carino fare, almeno porgere un saluto qualora si chiudano i battenti. Per quanto assurdo possa sembrare di fatto non lo è. Non tutti meritano il silenzio, soprattutto coloro che nel tempo hanno stretto una gradevole conoscenza, tale per cui poi si ritrovino impensieriti o preoccupati ad esempio per le condizioni di salute del fuggitivo in questione, che è tutto fuorché una sciocchezza. Di questi tempi poi…

È vero non tutti sono plateali come la sottoscritta ma se non altro nei miei cali wordpressiani ho evitato di far preoccupare gli amici che mi seguivano con affezione dicendo le cose come stavano. Nei momenti di assenza ho sempre risposto alle mail e molte volte io per prima ho cercato di mantenere vivo il rapporto aldilà dello schermo (certo con chi avevo maggiore confidenza) a dimostrazione del fatto che siamo persone fatte di alti, bassi, voglia e non voglia.

Io la penso così poi come sempre dico, ognuno come crede.

Paola.