Saluto i bunnies che sono in partenza e li ringrazio come sempre per la preziosa presenza. Non so mai quando faranno ritorno, di fatto arrivano all’improvviso e se ne vanno così, con un timido svolazzamento delle orecchie e un balzo verso la porta.

Alla prossima bunnies!

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Le cose belle che ho imparato nel tempo {[(anche qui)]} sono tante, semplici ma significative. Un breve elenco per comodità:

● Non si può piacere a tutti.

●Non possono piacermi tutti.

●Non tutti gli argomenti trattati da altri sono di mio interesse.

●I miei argomenti non possono interessare a tutti.

●Raccontarsi con sincerità, indubbiamente un valore aggiunto.

●Scegliere cosa dire e cosa non dire, c’è sempre un limite che occorre rispettare per tutelare sé stessi. Bene essere libri aperti ma alla pagina giusta.

●Lasciar correre commenti, giudizi, o riflessioni ineducate talvolta ricevuti. Non tutti sono comprensivi ben disposti e desiderosi di comprendere.

●Essere presente con chi è presente, il tempo è poco e le opere PIE si fanno altrove.

●Esserci con contenuti personali per un piacere molto personale, un arricchimento prezioso per il proprio quotidiano.

●Scegliere gli utenti con cura e quando è il caso fare pulizia. Spesso gli spazi vuoti sono parentesi pronte ad accogliere altri.

●Mai sforzarmi di… sotto sforzo è tutto innaturale e si arriva allo sfinimento, sempre comunque e ovunque.

Ecco grosso modo questo è quello che ho maturato nel tempo, il che corrisponde ad un comportamento che ho adottato anche nella mia vita privata.

C’è voluto tempo ma almeno ci sono arrivata!

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I miei primi anni di scuola li ho vissuti molto a scuola, ovvero li ho trascorsi entrando alle otto e trenta del mattino e uscendo alle diciassette e trenta, tutti i giorni esclusi il sabato e la domenica. Per ovvietà di cosa mi toccava pranzare in istituto. Essendo ad un’ora di distanza da casa mia non avrei mai fatto in tempo a tornare a casa per poi rientrare. Vista la situazione mia madre mi regalò un cestino per il pranzo, era a forma di bauletto, di vernice rosa antico esartontandomi più volte di prendermene cura poiché a sua detta era di valore (giustamente alle elementari occorre il bauletto di valore…)

In quel periodo però mi stavo già affacciando ad una realtà che in fatto di gusti non sposava assolutamente quelli imposti. Per meglio intenderci la mia mente navigava a spron battuto in acque piacevolmente mostruose⤵️ molto distanti dal classico “Via col vento” datato 1939 che a casa mia rappresentava l’oracolo attraverso il quale versare fiumi di lacrime con tanto di cuscino stretto al cuore. Oeugh…

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Ero affascinata da Frankenstein, fra i tanti film in bianco e nero che ogni tanto passavano in tv quello mi colpì e affondò tanto che un giorno presi il mio bauletto e lo riempii di cuciture a vista.

Ovviamente ci fu il consueto castigo, avevo disobbedito e rovinato un porta vivande di valore. Approfittai del momento catartico per Frankensteinizzare tutto, quaderni compresi e il perché è semplice: Mary Shelley l’aveva vista lunga, parlando di un essere fatto di cadaveri, di un Prometeo moderno, disobbediente che oltrepassa i limiti della moderazione, che infrange il naturale corso della vita riportando in vita l’orrore celato nella vita stessa.

Amando io il genere e consapevole del fatto che l’imperfezione è per me valore accentuato da una società che personalmente identifico come un colabrodo che viaggia al rattoppo, nella mia collezione saranno tutti dei Frankenstein. Sono partita da lì, da una me ricucita e dal rosa antico del mio porta vivande.

Paola.

A pagina otto alle dodici, sono le dodici meno otto. Otto minuti che separano il prima dal dopo. Sento battere il cuore, il tempo sembra resistere nel buco del cuscino. Cucio i sogni, uno dopo l’altro mentre l’orologio ruba pezzi di me. Il peggio, cosa vuoi che faccia, lo abbandono al miracolo che sta più in là, sempre in attesa che tutto diventi il meglio del possibile.

Nessuno sa che qui il freddo fa disordine. Scivola dalle pareti, abbraccia le coperte e poi fugge di nuovo. Il tepore fa la sua paura, lascia macchie di umido che stanno lì nell’angolo a fissarmi per poi volare verso il soffitto che a me schiaccia l’aria.

Mi sposto.

Da sotto il materasso il mondo sembra migliore. Suole e caviglie non fanno l’identità ma sorreggono corpi senza faccia che corrono tutto il giorno credendo che quello sia il vero vivere. Già, anche io corro, qui sotto si può. Quattro passi muti fra granelli di polvere che orlano il pavimento mentre la radio suona della pioggia che verrà. E’ la fine delle rondini e degli arcobaleni caduti nelle tinozze delle scarpe sporche. E’ la fine del tempo aperto, ora si che tutto potrà morire nella pace, lieto d’esser stato vissuto.

Ascolto.

C’è una ninna nanna che adoro, sta sempre nel cassetto delle calze. Non so perché abbia deciso di stare lì, con tanto posto che c’è. Non parla, non dice mai nulla di interessante ma culla gli intenti di chi come me non vuole essere trovato. Giochiamo a nascondino sotto la coltre di fumo che sputiamo fra uno sbadiglio e l’altro lasciando con “cordialità” al nuovo giorno le sue fresche note rubate alla notte. E’ la festa della tristezza, così è alle dodici meno otto, un cumulo di chiacchiere che volgo allo specchio. Lui assorbe persino l’odore della moquette. Che amico indiscreto, tutto vede e restituisce, tutto dice e attraversa impenitente. Sono carta o spugna?

Dice il saggio “lascia fare a chi sa.”

L’allegria sbatte contro i vetri della finestra, “ssssshhhhh fai piano!” dico, “potresti svegliare qualcuno.” Che maleducazione, sempre alla ricerca del sorriso l’ingrata. Non vedi che non è momento? E’ notte, sobrietà e eleganza stanno danzando, nessuno disturbi. Ci sono anime in volo e sospiri che meritano la giusta lacrima. La mia è già pronta, cristalli di sale cuciti sulle palpebre come stelle argentate che accendono il mio sguardo malinconico. E’ mio e nessuno tocchi, nessuno prenda o ancor peggio tenti di comprendere. C’è l’angolino lassù in alto, e lì tornerei.

Dice il saggio “lascia il sapere e vivi il cuore.”

Mi sposto.

Mi prendo per mano e dico “andiamo“. Tu ed io, oltre quello che nessuno sa.

ESSE EST PERCIPI.

DIARIO PERSONALE

È autunno. Le giornate si stanno accorciando pian pianino e i caloriferi emettono i primi tepori di stagione. Li sento borbottare, è il risveglio dopo il lungo letargo.

Non ho ancora avuto tempo per fare una bella passeggiata croccante, di quelle in cui le foglie non smettono un attimo di chiacchierare. Lo chiamano foliage, quel momento in cui le foglie cambiano il loro colore e che qualcuno associa alla caducità della vita. In realtà è soltanto il cambio della loro livrea.

In attesa di fare un po’ di leaf peeping, di sbirciare con discrezione la bellezza di questa trascolorazione naturale, è tornata l’ora del tè, quello delle cinque, delle tre gocce di limone che fanno la magia in tazza, e dei calzettoni fluffosi. Rendono tutto morbido. Mancano all’appello un paio di libri che ho sul comodino e che non ho ancora letto, il tempo è poco e la stanchezza tanta.

Per il resto è una sera d’autunno come tante altre, con i suoi lampioni accesi, la tv che viaggia per i fatti suoi e i miei ricordi che trascolorano ogni dì.

Buona serata.

Paola.

Immagini Instagram

No non è così, ed è esattamente il contrario. Il raccontare non è decorazione, bensì fondazione. Il percorso per la propria narrazione richiede autoanalisi, poi trasparenza, quindi coraggio. Il coraggio di chi prende una posizione e dichiara il proprio punto di vista, perdendo, eventualmente, i pubblici che deve perdere e rafforzando i legami con quanti può davvero aiutare.

Non voglio rubare tempo a chi tempo non ne ha. Ricostruisco la verità lontana dalla finzione, scomponendo ogni parte di me. Mille pezzi in caduta libera dentro una gabbia e il suo tintinnio che, instancabile, delimita il senso dello spazio. Non assomiglio al fringuello poggiato sul ramo pronto a spiccare il volo, tanto meno alla monetina sottile che cade dal palmo della mano pronta a rivelare il gioco del destino.

Sono un insieme di tessuti sfilacciati che qualcuno ha lasciato lì.

Mentre la sera mastica e sgretola il silenzio, mi siedo cauta su un corpo che non c’è. Sento il rumore della mia stessa inconsistenza, dietro il sibilo dei miei pensieri muti. Le parole gorgogliano come liquidi che fuoriescono da una fessura. Fosse il bollore di un catino… La bolla cristallina che si leva verso l’alto. Vocali e consonanti che sussurrano ma talvolta cigolano quando l’emozione si veste di ruggine.

Il sole ha smesso il tiepido, lo vedo alle prime luci dell’alba. Stampa macchie sulle pareti e graffi sui vetri. Fuori è silenzio. L’aria ha ripulito persino i respiri, mentre il gioco dei bambini si è fatto taciturno. Ho promesso al nuovo giorno di percorrere le mie tratte nere in attesa di poter intrattenere ogni momento. E’ da tenere il grigio ingiallito. Potrei mescolarlo all’odore del catrame umidiccio che riflette la corsa dei passi e farne carta da parati per il castello di cartapesta. Affondo le unghie in questa grotta che risuona i suoi echi antichi. Il vuoto si colma di fermenti, come brividi che risalgono lungo la schiena. Questa pendenza contraria al moto mi ricorda. Assomiglio a quella salita imperlata di briciole e crepe che si fanno sempre più secche fintanto che, intanto che, laddove, mentre…

Piove, tutto scivola e io lascio che sia.

PAOLA.