Due raggi di sole rimasti impressi sul muro, nascosti fra le tende fragili che chiudono il mondo fuori dal lucchetto. Un tempo così, molto così, fra silenzi e chiacchiere di quel pochino di, quel tanto di colore che sa di giorno, freddo e a colori lividi. Si viaggia a momenti, con i colori tipici dell’autunno, un po’ di giallo, un pizzico d’arancio e quel rosso funereo che toglie vita alla vita.

Ha ragione chi dice “chissà quando si potrà”, non c’è menzogna peggiore se non quella di negare al desiderio IL sentire. Siamo fatti per vivere una volta pizzicati dall’esistenza ed è richiamo di necessità tornare al piccolo desiderio.

I silenzi appiattiscono tutto, un foglio piatto accoglie ma è suo compito raccontare. C’è chi riesce e chi come me talvolta tace per non appesantire il greve che veleggia libero travolgendo tutto.

Sì passerà, molti dicono così, ma è anche vero che nel frattempo sono i muri ad averla vinta.

Ho sempre amato la penombra che si fa tenebra e forse, per darmi un barlume di scanzonata ragione, perché in fondo al peggio mi sono sempre dovuta adattare. Questi tempi sono così, il disegno perfetto di un elettrocardiogramma che disegna punte verso l’alto e curvature al ribasso. Momenti, tanti momenti confusi che nessuno sa più come riordinare.

Nel frattempo sto nel mio, sì l’angolino perfetto che mi accoglie senza chiedere nulla in cambio. È sollievo e gratificazione, è speranza taciuta e compostezza. Lascio a chi di dovere la fanfara delle tante parole attorcigliate e dei colori disturbanti.

Mentre disegno sorrido, tutti sorpresi dall’esplosione cromatica che di tanto in tanto mi concedo. Occorre guardare bene per capire, perché a volte i colori sono la massima espressione di un disgusto che non trova altro modo per raccontarsi.

Paola

fotografia personale

…cinque

…quattro

…tre

…due

…uno

Basta sapersi accontentare,

Si può raccogliere uno specchio senza mare, mentre gli occhi fissi prendono luce da uno schermo in tv.

Si può raccogliere il fiore innocente da mettere un poco più in là sul tavolo tarlato, caduta la luna nel piatto non resta che il neon sulla minestra riscaldata.

Nel gran bar delle chiacchiere il tempo è ospite. Onore e paillettes brillano all’orecchio del megafono. Se piove o c’è sole l’aria fa ventaglio, anche quando il mattone chiude gli spiragli e tutto se ne va.

Poi cambia l’orologio, due, venti più uno non fa tre.

L’ anno indietro che avanza sta, senza burro come il liscio dell’olio che è ruvido. L’anno dell’amaro dopo il caffè, delle lune storte e dei passi rotti, delle tasche leggere e dei sospiri di piombo. E’ il tempo delle mele, dell’amore strafatto, dei fiori d’arancio schiusi nelle cattedrali di carta muffa, dell’incenso al sale e del sole tumefatto.

Incalza lento il walzer delle ore mute, parole sorde che nessuno vuole più. Più e più non fanno a meno di, a meno che non sia per.

Per un battito d’ali e di vita, di minestre lasciate lì. Di tavoli vuoti e fiori nel piatto, ci si accontenta anche così.

Uno…

Due…

Tre…

Quattro…

Cinque…

Le iniziali diventano maiuscole, e di nuovo non è nuovo, dice il calzolaio.

La vita è così, è quel sempre senza per, a grandi lettere si beve così. Giorno dopo giorno, come il vento che sommato a uno diventa il plurale del sognatore. È l’anno che verrà?

Io amo il vecchio che è già stato, consacrando l’argento caduto fra i capelli.

Io riprendo da lì.

Ogni volta è così.

Paola.

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